Contributi

In questa pagina sono pubblicati i contributi (testi, immagini, filmati, registrazioni…) proposti da coloro che si riconoscono nei principi della nostra Associazione (soci e sostenitori)

L’ inserimento di nuovo materiale verrà di volta in volta segnalato nella pagina delle news

“Primavera 2007
Manifesto sull’ambiente della regione etrusca
Proposta per una Carta di Manturanum”

 

Nel momento in cui stanno per essere stabiliti i programmi in vista delle elezioni comunali, è urgente promuovere alcune linee di forza suscettibili di modificare fondamentalmente il modo tradizionale di trattare gli spazi urbani e rurali.

Noi vogliamo contribuirvi invitando i partiti, i gruppi e i candidati alle elezioni comunali a riprendere nei loro programmi le idee di questo manifesto.

Ben più che sapere se andiamo a cambiare il carattere e l’aspetto del territorio di cui abbiamo la responsabilità con grandi opere, con piani ambiziosi o con trasformazioni varie, i nostri concittadini hanno il diritto di sapere in che misura vogliamo dedicarci a conservare a noi tutti un quadro di vita accogliente, rispettoso tanto delle tradizioni e dei valori del passato quanto dell’uomo di oggi.

Questo manifesto non entra nei dettagli, non propone nemmeno l’insieme delle soluzioni da raccomandare al fine di migliorare la qualità di vita nel nostro ambiente urbano o rurale. Propone però alcune realizzazioni che avranno un potere di impulso e un effetto moltiplicatore.

Se tutti i comuni vorranno dedicarsi a lavorare in questa stessa direzione, molto presto l’evidenza apparirà: il nostro paese avrà finalmente una politica coerente e umana sia per l’assetto del territorio, sia per la protezione dell’ambiente naturale e il risanamento dell’ambiente costruito esistente, sia per la conservazione dei monumenti e di ogni testimonianza superstite del patrimonio storico, tutte risorse irripetibili per la creazione di ogni ipotesi di sviluppo sociale ed economico per il futuro.

La città a scala umana, l’ambiente urbano e rurale a misura d’uomo: un programma urgente e fondamentale, che in passato abbiamo troppo trascurato.

Il periodo 2007-2013 sarà, se lo vogliamo, quello del contesto vitale, della sua qualità e della sua compiutezza umana.

La conservazione integrata del patrimonio culturale, dei monumenti e del contesto ambientale

1. I nostri comuni completeranno l’inventario di tutte le costruzioni interessanti aventi un valore architettonico, storico o culturale. Utilizzeranno questo inventario come una delle basi della loro politica di protezione.

2. I nostri comuni stabiliranno gli elenchi di tutti i monumenti da vincolare e di tutti i siti e paesaggi naturali e urbani da proteggere.

3. I nostri comuni stabiliranno e applicheranno delle norme di urbanistica che devono al tempo stesso conservare il carattere architettonico della città e controllare le plusvalenze di terreni e immobili, causa principale dell’abbandono volontario e della demolizione di costruzioni di valore storico-ambientale.

4. I nostri comuni s’impegneranno a conservare tutti gli edifici di valore storico-ambientale anche se non ancora vincolati, con una regolamentazione e una politica appropriate che offriranno le migliori possibilità di adattamento a delle funzioni contemporanee.

5. I nostri comuni organizzeranno con l’Ufficio Consortile una “Cabina di regia” formata dagli enti preposti alla tutela e da esperti per lo studio delle azioni di tutela.

6. I nostri comuni provvederanno a coordinare all’interno degli assessorati competenti sull’urbanistica, il territorio e l’ambiente le specifiche responsabilità e le attribuzioni della “conservazione integrata”.

7. I nostri comuni s’impegneranno con tutti i mezzi a promuovere una politica di conservazione e quindi: — si avvarranno delle risorse scientifiche offerte dall’Ufficio Consortile per fornire agli uffici della città consigli e pareri; — organizzeranno il dialogo con la popolazione per favorire una migliore partecipazione; — stimoleranno l’attività di gruppi e associazioni che abbiano per scopo la conservazione dei monumenti; — sosterranno moralmente, tecnicamente e se possibile finanziariamente le iniziative di restauro e di riqualificazione intraprese dai proprietari;

8. I nostri comuni daranno essi stessi l’esempio della buona conservazione, destinando una parte delle loro risorse all’acquisto, al restauro e alla riqualificazione delle costruzioni di valore storicoambientale ma trascurate.

9. I nostri comuni si sforzeranno di offrire un campo d’azione il più ampio possibile a tutti gli specialisti del restauro – architetti, restauratori, imprenditori, artigiani e operai – e cureranno in ragione dei loro mezzi di costituire un servizio intercomunale di specialisti come muratori, falegnami, scalpellini, pavimentatori, carpentieri e altri esperti di tecniche edilizie tradizionali;

10. I nostri comuni adotteranno norme e criteri per migliorare il carattere della città, con riferimento a ciò che concerne i materiali e gli intonaci, i colori, le vetrine e le mostre, i pannelli pubblicitari e le insegne, i cavi di raccordo d’ogni tipo, gli apparecchi di ventilazione e di condizionamento dell’aria e tutti gli elementi che incidono sull’immagine della città.

Inoltre, i nostri comuni prenderanno essi stessi iniziative per migliorare l’aspetto e la qualità dell’ambiente costruito, iniziando da ciò che riguarda l’arredo urbano, il rivestimento stradale, il miglioramento degli specchi d’acqua e delle zone di verde e la tempestiva manutenzione degli spazi e degli edifici pubblici, avendo cura di individuare materiali e soluzioni progettuali di elevate prestazioni qualitative e di alto valore estetico e formale.

Avranno anche cura di tutelare il patrimonio immateriale costituito dalle tradizioni culturali del territorio per l’identità e lo sviluppo.

I nostri comuni aspettano dalle autorità governative: — adeguate misure per far fronte alla emergenza determinata dai cambiamenti globali e climatici; — parallelamente all’aumento del numero di monumenti e siti schedati, mezzi finanziari più consistenti per la loro manutenzione e il loro restauro; — un sostegno e una assistenza permanente delle attività di sensibilizzazione avviate a livello locale.

Una città a misura dell’uomo, della donna e dei più deboli

1. I nostri comuni faranno del rinnovo dell’ambiente costruito – urbano e rurale – uno degli obiettivi principali della loro azione e vi dedicheranno gli sforzi e i mezzi finanziari necessari.

2. I nostri comuni stabiliranno un piano strutturale che permetterà di porre in essere una politica sufficientemente a lungo termine finalizzata al migliore assetto del territorio e alla ripartizione equilibrata e armoniosa delle diverse funzioni.

3. I nostri comuni stabiliranno dei piani direttori precisi e dettagliati in cui il rigore delle previsioni si affiancherà alla flessibilità nell’esecuzione.

4. I nostri comuni si dedicheranno a promuovere l’habitat prima d’ogni altra funzione e avranno cura prioritariamente di migliorare l’ambiente esistente e di conferire ad esso tutte le possibilità di buon uso aumentandone le dotazioni e la qualità, l’accessibilità per tutti e la fruibilità collettiva, la qualità architettonica e l’armonia delle forme, dei materiali e dei colori. Questo sforzo sarà realizzato con priorità nelle zone urbane, opponendosi così alle costruzioni sparse nelle campagne. In questa politica dell’habitat, imperniata sulla riqualificazione, i nostri comuni si dedicheranno a privilegiare gli alloggi di tipo sociale. Essi prenderanno le misure appropriate affinché l’agenzia per l’edilizia residenziale, le commissioni competenti e l’iniziativa privata si orientino nella stessa direzione.

5. I nostri comuni metteranno in pratica la raccomandazione del consiglio dei ministri del Consiglio d’Europa e destineranno altrettanti mezzi finanziari alla conservazione e al restauro delle costruzioni e dell’ambiente costruito esistente quanto alle nuove costruzioni e alle nuove infrastrutture.

6. I nostri comuni eviteranno di concentrare i loro sforzi esclusivamente sull’uno o sull’altro “settore di salvaguardia” ma prenderanno in carico l’intero ambiente costruito allo scopo di migliorarlo nel suo insieme.

7. I nostri comuni si opporranno a qualunque trasformazione verso la preponderanza o l’eccessiva presenza dell’una o dell’altra funzione e privilegeranno in tutto la scala umana. Nell’ottica dei consorzi tra comuni, ciò implicherà che i nostri comuni avranno come obiettivo un decentramento e una diffusione dei servizi, così come una diversificazione e una compenetrazione delle funzioni.

8. I nostri comuni studieranno i problemi di circolazione e di traffico ed elaboreranno una strategia che tenderà ad adattare il trasporto alla città e non la città al trasporto. Questa strategia implicherà una priorità da dare ai trasporti collettivi, nonché una politica di dissuasione della penetrazione delle auto private nel centro storico e nel cuore dei centri urbani minori.

9. I nostri comuni organizzeranno delle zone urbane o periferiche interamente restituite ai pedoni, così da ricreare i luoghi di incontro e di scambio necessari alla vita di una comunità.

10. I nostri comuni organizzeranno i loro uffici dell’urbanistica e dell’assetto del territorio in modo che le loro scelte e direttive siano orientate prevalentemente al miglioramento delle opere pubbliche e dei servizi urbani. Al fine di dare a questa scelta tutto il peso politico necessario, i nostri comuni si impegneranno a subordinare le scelte concertate dei loro assessorati per l’ambiente, per l’urbanistica e per la riqualificazione urbana e tutte le attività finalizzate all’assetto del territorio alla preventiva concertazione nell’ambito di Conferenze interregionali, interprovinciali e intercomunali organizzate, con le rispettive Regioni e Province, dall’Ufficio Consortile Interregionale “Patrimonio di San Pietro in Tuscia ovvero il Territorio degli Etruschi”. . Essi cureranno inoltre di dare adeguata diffusione pubblica alle iniziative in corso di studio e ai loro risultati previsti, dedicando spazi e tempi idonei ad organizzare il dialogo con i cittadini al fine di permetterne la partecipazione.

I nostri comuni aspettano dalle autorità governative:

— una nuova politica nazionale, regionale e provinciale sull’assetto e sul governo del territorio, con l’emanazione immediata della legge di principi;

— una politica dell’ambiente costruito e dell’urbanistica, che guidi sia i programmi delle opere pubbliche sia gli investimenti privati, secondo scelte subordinate alla valutazione strategica preliminare dei risultati.

— una ridistribuzione consistente delle risorse finanziarie della collettività al fine di destinarle prioritariamente all’ambiente costruito esistente e, tra l’altro, al miglioramento dell’habitat esistente, incentivando il risparmio energetico e l’uso di energie alternative, di tecnologie innovative, di criteri e materiali costruttivi ecocompatibili e di sistemi di perequazione e di equità distributiva;

— un’attività di sensibilizzazione e di formazione al fine di modificare le mentalità non solo della popolazione ma soprattutto dei responsabili a tutti i livelli.

Il Manifesto sull’ambiente della regione etrusca è stato redatto, in una prima edizione, nell’aprile del 2006 nella sede centrale di Civitavecchia dell’Ufficio Consortile Interregionale del Prusst “Patrimonio di San Pietro in Tuscia ovvero il Territorio degli Etruschi”. Questa seconda edizione è stata riveduta e corretta in base ad approfondimenti interni ed alle osservazioni pervenute e viene ora proposta al pubblico per ulteriori suggerimenti. Gli scopi principali di questo Manifesto sono: — la promozione di tutte le iniziative finalizzate alla salvaguardia del patrimonio architettonico e culturale nel senso più ampio; — la conservazione, il recupero e la riqualificazione dell’ambiente naturale e dell’ambiente costruito esistente e la ricerca dei mezzi per ottenerli; — la promozione del “diritto all’architettura” di tutti i cittadini, inteso come incentivazione da parte degli enti pubblici della qualità progettuale e della professionalità e come rifiuto – attraverso misure disincentivanti – del degrado culturale, del depauperamento ambientale e urbanistico, del disimpegno tecnico; — la mutua assistenza delle città e dei comuni nella realizzazione dei loro scopi e la loro collaborazione al fine di ottenere una politica nazionale dell’ambiente costruito coerente ed efficace; — l’informazione e la sensibilizzazione dell’opinione pubblica e dei responsabili, incentivando la più ampia consultazione e concertazione nelle scelte, attraverso il ricorso all’Ucipi e agli uffici associati per la promozione e la diffusione di normative e procedure comuni, di buone pratiche gestionali e del risparmio di risorse. Questo Manifesto si ispira al Manifeste sur l’environnement bâti pubblicato nel Giugno 1976 dalla Association des Villes Historiques de Belgique. A trenta anni da allora, se ne ripropongono le finalità – sempre attuali – alle amministrazioni della Tuscia. Dal 1998 l’Ufficio Consortile del Prusst “Patrimonio di San Pietro in Tuscia ovvero il Territorio degli Etruschi” si dedica ad attuare il programma stabilito nell’Accordo quadro attraverso le attività d’istituto ed a promuovere i suoi scopi per mezzo di studi, pubblicazioni, riunioni, mostre e soprattutto con l’aggiornamento continuo dei responsabili politici e tecnici a tutti i livelli di assunzione delle decisioni. Più ampie informazioni sull’attività dell’Ufficio Consortile Interregionale possono essere ottenute presso le sedi di Civitavecchia (Parco della Resistenza), Viterbo (Piazza San Simeone, 1), Orvieto (Via Garibaldi, 8 ) e Pitigliano (Piazza Garibaldi, 37).

 

arch. Francesco Correnti Direttore responsabile di Ucipi – Ufficio Consortile Interregionale dei Programmi Innovativi e del Prusst «Patrimonio di San Pietro in Tuscia ovvero il Territorio degli Etruschi»

 

 

 

“A che servono gli Ordini?” un articolo di Enrico MILONE

riceviamo e volentieri pubblichiamo un articolo pubblicato sul Giornale dell’Architettura, n.101 di gennaio 2012
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A cosa serve l’Ordine degli Architetti PPC ?
Nella convulsa attività legislativa provocata dalla crisi finanziaria di questa estate, due leggi hanno messo in discussione il destino degli Ordini professionali.
1. La legge 111 del 15.7.2011 (GU 16.7.2011 n. ), manovra di ferragosto, tratta della riforma degli Ordini con l’art.29 comma 1 bis che qui trascrivo: “Al fine di incrementare il tasso di crescita dell’economia nazionale, ferme restando le categorie di cui all’articolo 33, quinto comma, della Costituzione, sentita l’Alta Commissione di cui al comma 2, il Governo formulera’ alle categorie interessate proposte di riforma in materia di liberalizzazione dei servizi e delle attivita’ economiche; trascorso il termine di otto mesi dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, cio’ che non sara’ espressamente regolamentato sara’ libero.” Il testo è ambiguo. Sembra che gli Ordini che hanno l’esame di abilitazione professionale ne siano esclusi. Ma non è sicuro ed in ogni caso la norma crea una situazione che invita a fare ragionamenti ad ampio spettro per tutte le professioni intellettuali.
2. La manovra bis, decreto-legge 13.8.2011 n.138, da convertire in legge entro il 13.10.2011, all’art.3 comma 5, stabilisce che entro un anno dovranno essere modificati gli ordinamenti delle professioni, per introdurre gli obblighi di: aggiornamento professionale continuo, tirocinio, assicurazione. I minimi di tariffa devono essere derogabili e l’attività disciplinare deve essere gestita da nuovi organi, preclusa ai consiglieri degli Ordini e del consiglio nazionale.

La proposta di ridimensionare o eliminare gli Ordini professionali è ricorrente, proviamo perciò a valutare se gli Ordini davvero siano necessari e se la loro eliminazione comporterebbe danni alla attività professionale degli architetti.
Prima del 1923/25 non c’erano gli Ordini degli architetti e degli ingegneri. L’Ordine degli architetti è stato istituito, con legge del 1923 e Regolamento del 1925, al fine di tutelare i consumatori che chiedono servizi professionali. L’Ordine dovrebbe tutelare prioritariamente gli interessi dei consumatori e la correttezza dell’esercizio professionale. Inclusa la qualità della prestazione richiesta dal cliente. L’Ordine può tutelare anche la condizione di lavoro del professionista, astenendosi però da fare attività sindacale. Infatti l’iscrizione all’Ordine è obbligatoria mentre l’iscrizione ai sindacati è libera. Pertanto l’Ordine non può firmare un contratto di lavoro né proclamare agitazioni sindacali o scioperi.
In base alla legge istitutiva l’Ordine ha pochi compiti:
1- iscrizione all’albo e gestione dell’albo;
2- deontologia, controllo della disciplina degli iscritti:
3- reprimere l’uso abusivo del titolo di architetto e l’esercizio abusivo della professione
4- dare pareri sulle parcelle e sulle controversie professionali.

L’iscrizione all’Albo è un automatismo. L’Ordine non ha altro compito che verificare che il richiedente ha superato l’esame di abilitazione.
I pareri sulle parcelle sono molto diminuiti da quando è stata abrogata la legge che, nel caso di lavori pubblici, subordinava il pagamento della parcella al visto dell’Ordine. In ogni caso anche la gestione di questa attività è spesso fatta in modo improprio. Tanto che spesso, quando c’è da fare scelte discrezionali, l’Ordine favorisce il proprio iscritto a danno del committente pubblico o privato.
Deontologia. La disciplina è il compito più importante. L’Ordine può condannare un iscritto scorretto sospendendolo dalla attività professionale. Il rispetto della correttezza professionale costituisce una garanzia per il cittadino utente dei servizi professionali. Oggi l’Ordine dovrebbe controllare la correttezza del professionista. Ma lo fa effettivamente? Certamente no. Con la scusa della mancanza di denunce, gli Ordini hanno in genere ignorato le scorrettezza professionali commesse dai professionisti coinvolti in casi di corruzione per appalti pubblici, resi a tutti noti dalla stampa. Incarichi professionali, progetti e collaudi, ricevuti da funzionari pubblici e docenti a tempo pieno, in condizione di incompatibilità e privi di autorizzazione. Il controllo degli Ordini è latitante anche per le scorrettezze fatte dagli iscritti nella gestione dei permessi edilizi e nella proliferazione dell’abusivismo. Gli Ordini in genere non informano gli iscritti sulla quantità e l’oggetto dei procedimenti disciplinari attivati, né risulta che il Consiglio Nazionale o il Ministero li incitino a dare notizie. Appare evidente che gli Ordini abbiano molta ritrosia nell’aprire procedimenti disciplinari nei confronti dei propri iscritti. Per farsi un’idea basti considerare che i ricorsi al CNAPPC contro le sentenze degli Ordini sono all’incirca 20 all’anno (il dato non è ufficiale). E dato che quasi tutti i professionisti che vengono condannati dall’Ordine fanno ricorso al CNAPPC, si può immaginare quanto sia irrisorio il numero dei procedimenti attivati e delle condanne inflitte dagli oltre 100 Ordini degli Architetti per un totale di oltre 140.000 iscritti.
Tra le scorrettezze che sono tollerate, è consentito che un architetto componente di una commissione consultiva (commissione edilizia) comunale possa presentare progetti nello stesso comune. E’ anche tollerato che un componente del consiglio dell’Ordine o del CNAPPC possa partecipare ad un concorso o gara per la quale il consiglio stesso ha approvato il bando e/o ha nominato un membro della commissione giudicatrice.
La carenza di attività deontologica degli Ordini è grave perché, trattandosi del compito principale dell’Ordine, l’inadempienza costituisce il motivo principale che giustifica l’ipotesi di eliminare l’istituzione.

Ipotesi di eliminazione dell’Ordine e del CNAPPC
Gli architetti possono fare a meno dell’Ordine, ma non possono fare a meno dell’abilitazione all’esercizio della professione.
La professione di architetto esisterebbe anche senza l’Ordine, perché in caso di mancanza dell’Ordine comunque resterebbe l’abilitazione all’esercizio della professione di architetto e di ingegnere. L’abilitazione è nell’art.33 della Costituzione e la sua eliminazione potrebbe richiedere una modifica dell’articolo, cosa molto difficile, vista la complessità della procedura di modifica della Carta Costituzionale.
In mancanza di Ordini, occorrerebbe (come in Gran Bretagna) istituire un Registro Nazionale delle persone che ottengono l’abilitazione all’esercizio della professione di architetto. Presso il Ministero della Giustizia, gestito dal Ministero. In tal modo ogni cittadino o ente può consultare il registro e verificare che una persona è abilitata a fare l’architetto. Lo stesso Registro potrebbe svolgere i procedimenti disciplinari su denuncia di enti o privati, mediante una commissione nominata dal Ministero, composta anche di membri in rappresentanza della professione.
Al limite il sistema funzionerebbe anche senza il Registro Nazionale, visto che un ente o un cittadino può sempre chiedere all’architetto al quale commette un incarico di mostrare il certificato di conseguita abilitazione alla professione.
Volendo ancora più semplificare, il sistema potrebbe, forse, funzionare anche senza l’abilitazione all’esercizio della professione, qualora si conferisse valore abilitante alla laurea magistrale M4 architettura e ingegneria edile con riconoscimento CEE. In tale caso l’art.33 Costituzione dovrebbe essere interpretato nel senso che il superamento dell’esame di laurea da parte di una Università Statale risponde al dettato dell’art.33.

La spinta europea
Il Rapporto Monti/CE, del 2004, ha dimostrato che l’Italia è il paese che ha imposto più vincoli alle professioni libere. Obbligo di iscrizione all’Ordine, esercizio abusivo sanzionato penalmente, campi di attività esclusivi. In nessun paese la tariffa architetti è approvata per legge nazionale. In nessun paese dell’euro c’è l’esame di abilitazione.

Vantaggi e svantaggi della eliminazione dell’Ordine.
Di fatto l’Ordine oggi costituisce l’unico riferimento per gli architetti che rappresenta sia a livello nazionale che a livello di regioni, province e comuni. Non c’è dubbio che attraverso gli anni i consigli degli Ordini hanno saputo istituire validi rapporti con gli imprenditori e con gli enti locali. Ciò costituisce un indubbio aspetto positivo che ha consentito una crescita dell’apprezzamento della nostra professione presso l’opinione pubblica. Spesso l’Ordine viene consultato su problemi della città insieme alle rappresentanze dei costruttori, degli artigiani e dei sindacati dei lavoratori edili.
Inoltre l’Ordine svolge una funzione positiva quando organizza attività pubbliche per valorizzare l’architettura e un corretto assetto del territorio. Ma tali attività sono svolte anche da altri organismi come l’Università, l’INU, l’INARCH, Italia Nostra.
Sono utili anche le attività di aggiornamento professionale degli iscritti. Ma tali attività sono in realtà svolte anche dai sindacati dei lavoratori, dei professionisti ecc. oltre che dalle facoltà di architettura e di ingegneria, dalle Regioni e da altre istituzioni.
Tuttavia l’Ordine degli architetti sta perdendo la sua identità. Oggi è purtroppo diventato l’Ordine di sei diverse professioni: Architetti, Pianificatori, Paesaggisti, Conservatori, Pianificatori iunior e Architetti iunior. Un guazzabuglio di professioni accettato dal passato CNAPPC nel 2001, con l’illusione che il Consiglio Nazionale e gli Ordini sarebbero diventati più potenti raggruppando molte professioni al proprio interno. Illusione condivisa dagli Ordini provinciali. L’Ordine di sei professioni sacrificava gli interessi degli architetti all’interesse della struttura che li rappresenta, gli Ordini e il CNA. A distanza di 10 anni dal 2001 verifichiamo che l’architetto sta perdendo la propria identità. La confusione delle competenze tra architetti quinquennali e architetti iunior sta crescendo; nonostante ciò, non ho notizia di interventi efficaci degli Ordini per il rispetto dei limiti di competenza. L’inserimento dei pianificatori prima o poi proporrà un contenzioso giuridico sulla competenza dell’architetto nel campo dell’urbanistica, visto che questa non è compresa nell’edilizia civile di cui all’art.52 RD 2537/1925. E non sappiamo cosa potrà venire fuori da future sentenze della magistratura sulle competenze professionali dei conservatori, in danno della riserva di legge spettante agli architetti nel campo dei beni culturali.
E’ sbagliato identificare le professione con l’Ordine. Se mancasse l’Ordine, l’attività professionale di un architetto non cambierebbe in maniera significativa. La progettazione, la direzione lavori, il collaudo, la sicurezza dei cantieri ecc. resterebbero di spettanza degli architetti e degli ingegneri laureati e abilitati. I campi di attività definiti per legge resterebbero tali. L’iscrizione alla Cassa di previdenza sarebbe aperta agli architetti e ingegneri abilitati e in possesso di partita Iva. Certamente sarebbe necessario per gli architetti fare riferimento a proprie associazioni per fare sentire la propria voce, per essere rappresentati. Potrebbero finalmente crescere i Sindacati dei liberi professionisti e dei professionisti dipendenti, costretti oggi a una vita grama proprio dalla concorrenza che fanno gli Ordini tutelando “impropriamente” gli iscritti. Mentre nelle attività culturali potrebbe crescere il ruolo dell’Inarch. Potrebbero nascere o rafforzarsi una o più libera associazione culturale di architetti.

Enrico Milone

1 commento

  1. […] 2007 Manifesto sull’ambiente della regione etrusca Proposta per una Carta di […]


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